CINEMA E TV

Il "romanzo civile" di Marco Tullio Giordana

15/06/2012

Premessa doverosa: in quest’articolo si eviterà di considerare l’aspetto contenutistico del film di Marco Tullio Giordana sulla strage di piazza Fontana. Trattandosi, com’è evidente, di un’opera di cosiddetto “cinema civile” (o “impegnato” che dir si voglia), il film sposa una teoria sulla meccanica e sull’origine della strage sulla quale non entreremo in discussione. Non è importante, per giudicare il valore dell’opera, quale sia la teoria che essa avalla.

Occupiamoci invece del film, che non è un faldone giudiziario e che non data a 43 anni fa bensì al 2012. L’idea di cinema civile di Marco Tullio Giordana è senza dubbio meritevole di elogio. Quello che il regista ci propone è un film scabro, asciutto, ben recitato e ottimamente fotografato. Un film nel quale, a tratti, è resa in modo molto efficace e palpabile la cosa più difficile da rendere, ovvero l’atmosfera di quegli anni, che avrebbero aperto alla stagione degli “anni  di piombo” propriamente detti. Anni sospesi tra desiderio di ritorno all’autoritarismo di stampo fascista e minacce di rivoluzione operaia. Due estremi che non potevano non cozzare e non dare adito a tentativi di sfruttamento bieco da parte di servizi deviati e/o potenze straniere interessate allo scenario italiano. Giordana racconta con ordine, suddividendo il film in capitoli, e dedicando la prima parte al rapporto tra Pinelli e Calabresi (molto bravi Favino e Mastandrea) e la seconda, essenzialmente, alla figura del commissario Calabresi abbandonato dalle autorità, impegnato da solo a cercare la verità sulla strage e a riabilitare la propria figura, lui che venne così facilmente incolpato della morte di Pinelli stesso.

Qualcuno potrà dire: facile riflettere oggi, a 43 anni dai fatti (e poco meno dalla morte dello stesso Calabresi, assassinato nel 1972). Certo, Giordana può disporre di una visione d’insieme, e il suo film ne risulta così, in un certo senso, onnicomprensivo. Non c’è dubbio che molti elementi non fossero calcolabili a ridosso dei fatti, e che occorresse proprio una certa distanza dagli eventi per vederli in tutta la loro chiarezza. Altresì, non c’è dubbio che il film sia a tratti un po’ “cerchiobottista”, nel senso che esso tende a distribuire le colpe, a spalmarle su un arco di possibili responsabili molto più ampio di quanto si desidererebbe, giacché è umano sperare sempre che il colpevole sia uno e unico, identificabile e certo. E’ più rassicurante, piuttosto che dover fare i conti col fatto che il colpevole in realtà non ha un volto né un nome, perché si annida nelle Istituzioni. Però, rispetto ad altri film, questo di Giordana resiste alla tentazione di attribuire ogni nefandezza possibile ad un innominato “Grande Vecchio” (che c’è, ad esempio, tanto in Romanzo criminale di Michele Placido quanto, e più ancora, ne La banda Baader-Meinhof di Uli Edel), e si sforza di ricostruire collegamenti politici e disegni segreti, errori e false piste, negligenze e fatalità. Un cinema, quello di Giordana, che dà sempre l’impressione (e non è cosa da poco) di sapere dove sta andando a parare, fermo restando che, come si diceva in apertura, si può essere o meno d’accordo con le tesi sostenute.

 

 

 
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